Il mio nome è Laura Silvestri e queste sono le mie storie

Intervista a Laura Silvestri su La Luna e l'Eden, antologia di suoi racconti fantastici curata da RiLL
di Alberto Panicucci
[pubblicato su RiLL.it nel febbraio 2021]

Dal 2012 le antologie personali della collana Memorie dal Futuro si chiudono con un'intervista all'autore dei racconti pubblicati nel volume. Con piacere proponiamo adesso on line le domande e le risposte di Laura Silvestri sui racconti di La Luna e l'Eden (e non solo!).

Laura, quest’anno l’antologia personale di RiLL è dedicata a te. Che effetto ti fa?

È una grande gioia. Il Trofeo RiLL è una realtà importante nel panorama italiano del fantastico, che ho seguito per diversi anni prima di cominciare a partecipare con i miei racconti. Ho letto con sincera ammirazione tutte le antologie personali pubblicate finora, e far parte della schiera degli autori selezionati per questo riconoscimento è una bellissima soddisfazione.

Il primo contatto fra te e RiLL risale “solo” al 2016, quando sfiorasti la finale al Trofeo RiLL. Dall’anno seguente (quando arrivasti quarta con “A casa del Diavolo”), sei sempre stata premiata nei nostri concorsi (per un totale di 6 volte) e pubblicata nelle nostre antologie Mondi Incantati. E ora questa antologia… sei stata un fulmine!

Grazie. Il Trofeo RiLL è stato uno dei primi concorsi a cui ho partecipato, dopo essermi resa conto che l’unico modo di crescere come autore è quello di esporsi, di confrontarsi con colleghi, giudici e lettori. Il percorso con il Trofeo RiLL è stato parte integrante di questo cammino di crescita. Ogni anno ho preso il risultato della mia partecipazione come misura della qualità della mia scrittura: è stata una bella palestra per tirare fuori la mia voce e migliorare, nel tempo.

Gran parte dei racconti in questo libro hanno protagoniste femminili. È un caso o una tua scelta precisa?

Tendo a scegliere i miei protagonisti sulla base delle storie che voglio narrare e delle emozioni che spero di trasmettere. Guardando il totale della mia produzione, ho usato spesso anche punti vista maschili.
Nel selezionare i testi per questa antologia è emerso un filo conduttore, un disegno, che ha coinvolto in prevalenza storie di donne. E la cosa non mi è dispiaciuta affatto.

I personaggi femminili di questi racconti sono quasi sempre donne che resistono: ad esempio, alle ingiustizie sociali (“Mila”, “Chiari di luna e male parole”), alla malattia (“Le lunghe ombre dell’Eden”), alla perdita dei più cari legami affettivi (“Leucosya”)… è così?

Mi piace scrivere di donne che resistono, e non soltanto perché ho molto a cuore il tema della parità di genere. Credo che quelle da te citate siano storie di resistenza, ma anche di resilienza. Essere resistenti è opporsi alle avversità; essere resilienti è affrontarle senza lasciare che queste portino via la dignità, le aspirazioni, i sogni: una virtù spesso sottovalutata nella nostra società.

Nel 2019, nell’intervista ad Andrea Viscusi per “L’esatta percezione” (sempre uscito in questa collana di antologie personali), rilevavo come molti racconti toccassero il tema del rapporto fra genitori e figli. Posso dire lo stesso anche quest’anno, seppure da una visuale femminile…

I legami familiari, come quelli genitoriali, sono qualcosa che non si può ignorare; sono intensi, nel bene o nel male, e offrono da secoli materiale a ogni scrittore. Non si tratta di qualcosa di prettamente femminile. Sono semplicemente temi che chiunque può confrontare col proprio vissuto. La paura dell’incomunicabilità della capitana della Didone in “Leucosya” e il coraggio di Brando, che in “Oltre la valle” cerca di salvare sua figlia dalla malattia, credo – e spero – che possano essere vissuti dal lettore a prescindere dal suo genere.
Inoltre, dato che questi sentimenti e legami costituiscono le nostre radici, sono un’ottima lente attraverso cui valutare altri temi: per questo i miei racconti di questo tipo hanno spesso un secondo argomento, al loro interno; ad esempio, “Mila” pone l’attenzione sulla mercificazione del corpo femminile e “Le lunghe ombre dell’Eden” sulla solitudine.

I tuoi personaggi femminili sono in alcuni casi anche portatrici di saggezza, penso al capovillaggio Unana (“La terra non dimentica”) o alla vecchia Zita, che in “Oltre la valle” è l’ultima depositaria di un sapere perso dalla sua civiltà. Sono loro a indicare la strada giusta agli altri… e questo, seppure in modo diverso, lo fa anche Chiharu in “Chi c’è dietro di te?”

Amo l’archetipo della vecchia saggia, colei che non è più bambina, non più soltanto madre, ma ha dalla sua l’esperienza di una vita intera da condividere, la comprensione e la compassione; una figura in passato spesso associata a quella della strega. E anche, per estensione, alla Madre Terra. Mi è venuto naturale lasciare che fossero due donne anziane a portare la saggezza in due mondi dove questa è venuta meno: in “La terra non dimentica”, per dimenticanza del proprio ruolo all’interno dell’ecosistema Terra; in “Oltre la valle” per l’abbandono del pensiero critico, soppiantato dalla superstizione. Quanto a Chiharu, può avere l’aspetto di una giovane donna, ma il suo vissuto la rende un’anima antica.

E quando scrivi di personaggi maschili, invece?

Credo che un autore debba giocoforza essere in grado di calarsi in personaggi diversi. Se è un autore di genere, poi, deve saper immaginare persone che hanno a che fare con situazioni e problemi che deformano ed estremizzano il nostro quotidiano. Adottare il punto di vista maschile, in quest’ottica, è forse il cambio di prospettiva meno sfidante. Le differenze psicologiche non sono dettate dai cromosomi, ma dalla società e dalle esperienze che si sono affrontate. Raccontare dal punto di vista di un uomo non è più difficile di immedesimarsi in una donna isolata dal mondo che si ritrova a camminare sulla Luna. L’importante è trovare qualcosa, in comune col personaggio, che risuoni dentro di noi. È come parlare con un amico: magari siamo molto diversi, ma possiamo comunque empatizzare e comprendere.

Senza farla troppo lunga: come scrivi i tuoi racconti?

Come accennavo, parto spesso da un’emozione, uno scenario, una sensazione.
So che molti autori, quando hanno una buona idea, la lasciano decantare in attesa che sedimenti e si trasformi in qualcosa di più organico. E magari ci vogliono mesi, anni. Non io: sono troppo impaziente e quindi, quando sento di avere qualcosa di buono per le mani, mi dedico a un brainstorming forsennato. Valuto sviluppi, implicazioni, scarto, riformulo e non mi fermo finché non ho la mia scaletta.
E non penso esista un’emozione che non meriti di trovare spazio in un testo. Anche regalare una risata è un ottimo obiettivo, secondo me. Anzi, probabilmente i racconti permeati da una vena d’umorismo sono quelli che preferisco scrivere.

Un aspetto che colpisce dei tuoi racconti è il gusto per la sperimentazione linguistica, sia nel senso di mischiare italiano e dialetto (“Chiari di luna e male parole”), che in quello di inventare una lingua ad hoc per una storia (“Oltre la valle”). Ne “La pescatrice di perle” si nota invece una particolare cura nella scelta lessicale, in funzione del ritmo e della musicalità del testo…

Credo che un buon 50% della gioia che mi viene dallo scrivere sia legata alla possibilità di giocare con le parole. Di solito prima di scrivere un racconto provo a stendere diversi incipit, con registri differenti e talvolta estremi, finché non trovo la sonorità e l’atmosfera giusta per la storia che ho in mente. Soltanto allora sono pronta per la prima stesura.
Ho scelto di scrivere “Oltre la valle” in prima persona perché l’italiano stentato e post apocalittico del protagonista potesse diventare parte attiva della narrazione e comunicare al lettore alcuni dettagli in maniera implicita; “La pescatrice di perle” usa un linguaggio asciutto, metaforico, che si ispira nella cadenza alla lingua giapponese; in “Chiari di luna e male parole”, infine, il dialetto di Teresina, il suo non saper parlare bene, è ostacolo alla sua emancipazione e causa della sua frustrazione iniziale. Dunque, il registro usato diventa parte integrante della storia.

Oltre a questa antologia personale, tuoi racconti sono usciti su molte altre antologie. Ma hai pubblicato anche due romanzi. Che rapporto hai con queste diverse forme di narrazione?

Le amo entrambe, in maniera del tutto diversa.
Un buon racconto deve catturare un’emozione, la deve “confezionare” senza imprecisioni e trasmetterla al lettore, facendo attenzione a non mancare il bersaglio. Scrivere un racconto è un’immersione breve, profonda in se stessi.
Un romanzo offre più spazio per la riflessione, e necessita una pianificazione accurata. È un progetto che può portare via anni, e richiede fiducia nelle proprie capacità, perché lo scoramento e la voglia di mollare sono sempre dietro l’angolo. La cosa più interessante dello scrivere un romanzo è che spesso, lavorandoci tanto a lungo, si finisce per crescere assieme al nostro testo.

Al di là dei racconti in questo libro, per te cosa c’è dietro l’angolo, ora? Hai progetti, idee, obiettivi?

Oltre a qualche racconto in antologie di prossima pubblicazione, c’è il mio terzo romanzo, ormai concluso, in cerca della sua strada. E nel frattempo sto iniziando a lavorare al quarto.

Una volta mi hai detto che sei laureata in Ingegneria Gestionale, ma che a un certo punto hai deciso che “un ingegnere non può vivere di sola logistica”, e quindi ti sei dedicata alla scrittura. Perché proprio la scrittura (come “seconda vita”, diciamo così) e perché proprio la scrittura di genere?

Confesso di aver scelto gli studi ingegneristici mossa dal desiderio – ahimè, non molto poetico – di trovare alla svelta un impiego. Il mio reale interesse, però, è sempre stato altrove. Sono stata uno strano caso di studentessa di liceo scientifico che affrontava senza grande entusiasmo Matematica e Fisica, ma si dedicava con passione alla letteratura italiana, latina e inglese. Scegliere la scrittura come hobby mi è parso naturale. Quanto al perché ho scelto di scrivere fantasy e fantascienza, posso dire sono i generi che preferisco come lettrice; amo come sembrino portarti con la mente in mondi o futuri remoti, quando in realtà affrontano spesso tematiche tutt’altro che irreali.

Questa antologia si chiama La Luna e l’Eden. Per chiudere questo libro vorrei chiederti cosa sono, per te, la Luna e l’Eden.

La Luna è il mistero. Che sia quella sulla quale Armstrong ha mosso i primi passi, o quella piena che fa ululare i lupi (magari mannari), l’uomo l’ha sempre ammirata. È il simbolo di ciò che è più grande di noi, è il bisogno di vedere oltre il nostro mondo. Per me, è l’emblema del Fantastico in tutte le sue forme.
Quanto all’Eden, è ciò che abbandoniamo in cambio di un morso del frutto della conoscenza del Bene e del Male. È la certezza incrollabile e idilliaca che a volte siamo costretti ad accantonare per porci delle domande scomode. A volte i miei racconti contestano, fanno satira, si schierano. Magari fra dieci anni non avrò più neppure le stesse opinioni, chi può saperlo, ma credo comunque che offrire un punto di vista, uno spunto di riflessione, sia utile. Le domande non sono mai troppe; per questo ben venga lasciarsi alle spalle la sicurezza patinata dell’Eden, e sporcarsi le mani di terra, perché la letteratura di genere non parla di mondi remoti e ipotetici, ma di noi, proprio qui. Proprio adesso.

Per maggiori dettagli sull’antologia “La Luna e l’Eden” rimandiamo a un’altra pagina di questo sito (il libro è disponibile presso RiLL, su Amazon, Delos Store e, in formato e-book, nel kindle store di Amazon)

Leggi l’introduzione di Giorgia Cappelletti all'antologia “La Luna e l’Eden”.

Laura Silvestri
La Luna e l’Eden 
Racconti fantastici
Acheron Books
136 pagine, formato tascabile.
Illustrazione di copertina: Valeria De Caterini
prezzo di copertina: 10 euro (qui la pagina per l'acquisto su Amazon)
prezzo speciale RiLL: 10 euro (spese postali incluse)

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