Come scrivere un buon racconto e vivere felici

Consigli e suggerimenti, da un pluri-premiato autore RiLLico
di Andrea Viscusi
[pubblicato su RiLL.it nel marzo 2020]

Andrea Viscusi, pluri-premiato autore del Trofeo RiLL (e a cui RiLL ha dedicato l’antologia personale L’esatta percezione) ci parla degli elementi per lui centrali nello scrivere un racconto.
Sullo stesso tema, potete leggere anche gli interventi di altri due autori cui RiLL ha dedicato un’antologia personale: Antonella Mecenero e Massimiliano Malerba.


Scrivere un racconto è facile. Basta pensare a qualcosa, buttare giù un po' di righe, rileggerle per correggere qualche refuso e salvare il file. Tutto qui.

Scrivere un buon racconto non è altrettanto facile.

E non è facile nemmeno spiegare in che modo non sia facile. All’inizio di quest’anno mi sono trovato a preparare i contenuti per un corso di narrativa da me tenuto, per la prima volta quindi ho avuto la necessità di “codificare” quelle conoscenze che avevo sviluppato in un certo senso a livello intuitivo, negli oltre dieci miei anni di scrittura, confronto, editing, concorsi e pubblicazioni. Questo mi ha permesso di fare il punto delle conoscenze e riordinarle in modo organico, in modo da poter essere trasmesse ad altre persone, che non hanno necessariamente il mio stesso tipo di esperienze. Ho avuto modo quindi di riflettere anche sulle modalità di progettazione e costruzione di un racconto.

L'opinione comune è che un racconto, in quanto opera breve, sia un’impresa molto meno impegnativa di un romanzo. Lo è senza dubbio in meri termini di tempo impiegato, perché è fisiologico che scrivere 20.000 battute richieda meno di scriverne dieci volte tanto. Ma la concentrazione e la preparazione necessari per scrivere un buon racconto sono tutt’altro che inferiori rispetto a un’opera più lunga. L’esempio più scontato che avrete già sentito mille volte, ma che rimane sempre efficace: nessuno pensa che correre i cento metri sia più semplice di fare una maratona. Sono tipi di sforzo e di allenamento differenti, su questo siamo d’accordo. Ma andatelo a dire a Usain Bolt che non è un vero atleta perché insomma, dai, sono solo cento metri.
(per inciso, anche un’altra pluri-premiata autrice RiLLica, Antonella Mecenero, ha fatto esattamente lo stesso esempio, quando le abbiamo chiesto di dirci la sua sul tema “come si scrive un buon racconto”, NdP)

Stabilita così la pari dignità tra la scrittura di racconti e romanzi, rimane quindi da chiedersi: va bene, ma allora come si scrive un buon racconto?

Purtroppo non c’è una risposta semplice, una formula da seguire che si può applicare in ogni caso e produce sempre risultati perfetti. Ci sono però alcuni punti chiave a cui porre attenzione, e che valgono in qualunque tipo di storia si cerchi di ottenere, indipendentemente da genere, stile e registro di scrittura.

Il primo punto chiave è la doppietta conflitto-cambiamento. Qualunque storia, espressa tramite qualunque media (letteratura, cinema, musica, videogioco…), si basa necessariamente su queste due componenti. In assenza di conflitto e/o cambiamento la storia semplicemente non c’è. Per cui è sempre importante tenere presente che nel proprio racconto si deve esprimere una situazione di conflitto tra i personaggi, che porterà poi a un qualche tipo di cambiamento. Se questo non succede, più che una storia si ha come un’istantanea, un frammento congelato nel tempo di una situazione carica di una potenziale evoluzione, che però non viene espressa. Può anche essere scritta molto bene e affascinare per la prosa e la potenza delle immagini, ma difficilmente lascerà una traccia nel lettore, perché la nostra esigenza di storie si esprime proprio nella voglia di sentirci raccontare di come qualcuno ha affrontato situazioni di conflitto e ne è uscito migliorato, così da poterci convincere che sapremo fare lo stesso.

In secondo luogo, bisogna essere sempre molto focalizzati. L’obiettivo del racconto deve essere sempre chiaro, ancora prima di iniziare a scriverlo. Personalmente non scrivo finché non ho già deciso il titolo, ma non c’è bisogno di arrivare a questi livelli di paranoia. L’importante è sapere già dove il racconto deve arrivare, non soltanto in termini di trama e svolgimento degli eventi, ma anche in merito ai temi affrontati e al messaggio proposto al lettore. Questo perché in un racconto non c’è spazio per le distrazioni, e ogni paragrafo deve essere un passo verso l’obiettivo finale.

La focalizzazione è forse l’elemento che distingue maggiormente il racconto dal romanzo: in un’opera lunga si ha lo spazio per divagazioni, approfondimenti e oneste perdite di tempo. Nell’economia di un libro di trecento pagine, quattro pagine dedicate alla storia della pizza preferita del protagonista si possono anche sopportare; in un racconto di quattro pagine, più di un paragrafo fuori dal percorso principale inizia già a essere pesanti. Un racconto non è una passeggiata nel bosco, in cui si può camminare senza meta e soffermarsi a guardare un cespuglio fiorito o ascoltare le ghiandaie. Va considerato più come una corsa sulle montagne russe, in cui il tragitto è già stabilito ed è stato progettato per massimizzare la reazione dei partecipanti: la tensione deve essere sempre in crescita, in modo da poter esprimere tutta la sua forza nella discesa successiva.

A questo punto potrebbe sorgere qualche dubbio: ma se il racconto deve rimanere fisso sui binari, allora come si fa a rendere tutto l’universo narrativo che abbiamo in mente? Questo è un problema che si affronta soprattutto nei racconti di genere fantastico, dove per ogni storia esiste alle spalle un world-building anche di dimensioni immense: tutta la storia del pianeta, del popolo o dell’oggetto magico che l’autore ha incluso nella storia. In tutti questi casi spesso si ha la tentazione di dedicare spazio a tutti gli elementi inventati per poter mettere in atto la storia, ma farlo si rivela spesso un errore. Vale la regola del less is more: di solito, dire meno equivale a coinvolgere di più. Senza dimenticare la focalizzazione di prima, bisogna fare in modo che a emergere siano solo i dettagli davvero significativi per la storia e il personaggio di cui si sta narrando. Tutto il resto verrà fuori non tanto come nozioni spiattellate in un grossolano infodump, ma come setting implicito della storia, che il lettore attento potrà comunque cogliere dai frammentari indizi sparsi qua e là. A quel punto, quando il lettore si accorgerà di un dettaglio che si combina con gli altri a formare un world-building che non è stato esplicitato ma fa da contesto all’intera storia, si sentirà ancora più parte di quel mondo sconosciuto, perché si renderà conto di averne compreso con le sue sole forze le dinamiche. Questa, a dire la verità, è proprio la forza del racconto: riuscire a trasmettere di più grazie alla possibilità di raccontare di meno. Questo è il principio su cui si basano in particolare i racconti brevissimi, quelli più brevi di una pagina, più brevi di cinquecento caratteri, più brevi di venti parole. Ce ne sono di straordinari, e lo sono proprio perché riescono a dare tutte le coordinate affinché il lettore si costruisca da solo la mappa del mondo a cui si riferiscono.

Naturalmente a monte di tutto questo ci sta la padronanza della lingua, la capacità di trovare idee interessanti (non necessariamente originali, ma se possibile meglio) che si incasellano bene in una storia capace di esprimere i temi di fondo, e la creazione di personaggi con cui il lettore possa empatizzare nel modo giusto. Insomma, non si devono sottovalutare tutti gli altri strumenti di base della scrittura, solo perché il racconto è breve e non richiede la stessa metodica progettazione di un romanzo. In un racconto il lettore sarà molto meno disposto a perdonare sciatterie, pigrizie e incoerenze, per cui l’attenzione deve essere sempre massima.

A compiere lo sforzo per mettere in parole scritte tutte queste nozioni da includere nel mio corso, mi sono reso conto di come molto spesso anch’io cada in fallo su uno o più di questi punti. Da qui deriva quindi l’ultimo punto essenziale, che si potrebbe quasi per sottinteso, perché non è specifico della scrittura ma di qualunque disciplina: fare pratica. Per interiorizzare tutti questi processi non c’è altro metodo che praticarli: scrivere, rileggere, analizzare, correggere, buttare, riscrivere.

E poi bisogna fare attenzione a non usare tutti questi suggerimenti come un semplice algoritmo da seguire passo per passo: se ci muoviamo come con una check-list da spuntare si rischia soltanto di forzare il processo creativo, che quindi produrrà risultati poco spontanei, che il lettore saprà riconoscere. Quello che dobbiamo fare è acquisire queste nozioni a un livello più profondo, quasi inconscio, re-impostare i nostri processi mentali su un paradigma diverso, in modo che ci venga del tutto naturale ragionare in questi termini. Solo allora, una volta messi di fronte al foglio bianco, riusciremo ad affrontarlo senza difficoltà, e le parole scorreranno con estrema fluidità e naturalezza.

Fatto tutto questo, arrivati alla fine del nostro racconto, sentiremo di aver fatto quanto era in nostro potere per ottenere un buon racconto. Non sarà mai il miglior racconto, e non è detto che piaccia anche agli altri, come non è detto che la ragione per cui non piace siano davvero i problemi su cui dobbiamo intervenire.
Ma se abbiamo costruito tutto rispettando queste regole con naturalezza, invece che come un’imposizione fastidiosa, allora potremo essere sicuri di aver fatto un buon lavoro. E vivere felici di questo.

(nella foto: Andrea Viscusi a Lucca Comics & Games 2019, mentre parla dell'antologia "L’esatta percezione" durante la premiazione del XXV Trofeo RiLL; foto di Valeria De Caterini)

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