Vediamo quello che sapete fare

Consigli e suggerimenti su come scrivere un racconto, da un pluri-premiato autore RiLLico
di Luigi Rinaldi
[pubblicato su RiLL.it nel febbraio 2021]

Luigi Rinaldi, pluri-premiato autore del Trofeo RiLL (e a cui RiLL ha dedicato l’antologia personale Oscuro Prossimo Venturo) ci parla degli elementi per lui centrali nello scrivere un racconto.
Sullo stesso tema, potete leggere anche gli interventi di altri cinque autori cui RiLL ha dedicato un’antologia personale: Antonella Mecenero, Laura Silvestri, Davide Camparsi, Massimiliano Malerba e Andrea Viscusi.


Non ho una ricetta segreta per scrivere un racconto, figurarsi un romanzo.
Più che la mia esperienza, che è ancora in definire, posso suggerire un’opinione.
Del resto, questi sono ambiti soggettivi e tutti i consigli che si danno sono utili, specie se i risultati arrivano.
Cercherò, al riguardo, di essere schematico visto che mi è più comodo, avendo una formazione scientifica.
Ho buttato giù dieci punti che ritengo essenziali per scrivere un buon racconto, ma potrebbero essercene degli altri. Anzi, ve lo dico subito, ce ne sono altri. Sta a voi trovare i restanti, pensarci su, rifletterci…

1. La passione, ovvero: cosa ci motiva
Perché scrivete?
Volete diventare famosi? Volete vincere il Nobel? Volete aver successo?
Ecco, prima di tutto, bisogna che rispondiate a questa domanda.
Non è cosa da poco, perché il frutto di un lavoro dipende sempre dalla motivazione.
E dato che non tutti abbiamo il talento di Thomas Mann, che sapeva scrivere “I Buddenbrook” a 24 anni, un mancato successo iniziale può portare a una certa frustrazione.
Tenetene conto, ma perseverate.

Scordatevi l’idea di scrivere subito il capolavoro. Non avviene mai o, se avviene, è molto raro.
In genere, scrivere è un processo graduale: ci si evolve, ci si sgrezza, si acquista il proprio stile eccetera. A meno che, certo, non si disponga del Talento, quello citato da Gibson nel racconto “New Rose Hotel” (nell’antologia “La notte che bruciammo Chrome”).

Ma al di là del risultato in sé, che sia frutto del talento o del lavoro duro, non si scrive mai per diventare famosi o per avere successo.
Si scrive perché se ne ha la passione e la passione trae motivazione solo da se stessa.
La passione fa la differenza.
Se non provate passione nello scrivere, lasciate perdere.

Inoltre, ricordate: scrivere è come diventare medici.
C’è il medico che scopre la cura per il cancro. Ma serve anche il medico che cura una semplice febbre.
Quindi, state tranquilli: col tempo e l’esercizio, col confronto e anche con i fallimenti, vi stupirete di quello che sarete in grado di scrivere. Si migliora sempre.
Faccio un esempio concreto.
Quando lavoravo in aziende private (vi ho lavorato per 15 anni… ora faccio l’insegnante), a furia di scrivere racconti di fantascienza ero diventato molto bravo nel buttare giù, in pochi minuti, mail delicate o relazioni tecniche articolate sulle quali, in altri tempi, avrei dovuto tribolare per ore.
Imparare a fare la scaletta nei racconti mi ha aiutato a fare la stessa cosa per il lavoro.
La passione vi restituisce sempre il tempo che le avete dedicato.

2. La grammatica, ovvero: le basi
Se si ha passione, la si coltiva e la si nutre.
Purtroppo, lasciatemelo dire, qualcuno ancora non lo capisce.
Non si può pretendere di riparare un PC senza conoscere le basi dell’informatica, né si può pretendere di imparare una nuova lingua senza studiarla.
Le basi dello scrivere sono le regole della grammatica e la nostra lingua non è proprio così semplice come crediamo. A chiunque può capitare di perdersi nella giungla dei congiuntivi. A me, talvolta, ve lo confesso, capita ancora.
E questo è niente, è solo l’inizio.
Come non citare la consecutio temporum, le ripetizioni, le assonanze, le rime non volute, la punteggiatura, senza dimenticare, infine, le classiche “d” eufoniche e l’uso eccessivo degli avverbi in “-mente”.
Non si può pretendere di essere letti, né tanto meno essere presi in considerazione, se non si possiede almeno una discreta conoscenza della grammatica.
Questa cosa ve la diranno in molti, la troverete scritta ovunque, e può apparire un luogo comune.
Ma nei luoghi comuni ci sono grandi verità.

3. Il genere, ovvero: ciò che ci piace
Una volta stabilito che abbiamo la passione necessaria e le conoscenze basilari della lingua, è il momento di cominciare a buttar giù qualcosa.
Ma che?
Cosa scrivere?

Su questo non ho troppi consigli da darvi, anche perché ognuno di noi deve fare i conti con la propria creatività, che ha i suoi ritmi e le sue regole, a volte piuttosto misteriose.
Normalmente, io scrivo racconti di genere fantastico e infatti non è un caso se ho partecipato, con estremo interesse e soddisfazione, a molte edizioni del Trofeo RiLL.
In passato, tuttavia, mi è capitato di scrivere e pubblicare racconti di altro tipo: non di genere, gialli, horror, addirittura erotici.
Non nego che certe esperienze, fuori dal mio "campo d’azione", siano state interessanti e formative, ma per me vale la preziosa regola: scrivi ciò che ti piace.
E a me piace scrivere racconti di fantascienza.
Vedete, scrivere un racconto non è come fare un tema a scuola.
Io mi regolo così. Scrivo quello che vorrei leggere.

4. L’idea, ovvero: la genesi
Appurato che ci piace il genere fantastico, che più o meno conosciamo la grammatica, che abbiamo la necessaria passione, vorremmo finalmente iniziare a riempire di parole il foglio bianco.
Come si fa? Come nasce un’idea?
Su questo aspetto è difficile dare consigli, perché ognuno di noi ha il proprio metodo per stimolare la creatività.
Io osservo e prendo appunti.
A volte, per esempio, giro in macchina e osservo una scena dal finestrino, purtroppo piuttosto comune dalle mie parti: della spazzatura buttata ai margini della strada. Ed ecco che mi viene un’idea, che ne so, faccio per dire, la spazzatura proviene da un’altra dimensione!
(però, mica male quest’idea della spazzatura proveniente da un’altra dimensione... è un po’ come il musical sul pasticciere trotskista di Moretti!)

Io porto sempre un minuscolo Moleskine in tasca, dove annoto di tutto: un’idea, ma anche una battuta sentita per strada, un modo di dire, qualcosa che mi ha colpito, un sogno strano, una parola nuova. E ogni tanto vado a rileggere quello che ho scritto.
Molti dei miei racconti sono nati così.
Il mio romanzo “Hakkakei” (finalista al premio Urania nel 2011, e recentemente pubblicato da Delos Digital, NdR) è nato da una di queste idee, appuntata dopo aver osservato il buio fuori dalla finestra di un albergo.
Quindi, provate a scrivere da qualche parte quello che vi passa nella testa.
Ma, soprattutto: siate curiosi!

5. Analisi dell’idea, ovvero: è una bomba o è un’idea stupida?
Tuttavia, siete proprio sicuri che la vostra idea sia davvero una buona idea?
Valutatela con attenzione.
Non può essere che sia un’idea trita e ritrita che altri hanno già eviscerato in cento salse, al punto che nessuno ne vuole sapere più niente e che dà perfino la nausea?
Chiedetevelo.

Non vi scordate che chi legge è esigente, altroché, e oltre tutto paga per leggervi. Quindi, di critiche ve ne farà più di quante voi possiate immaginarne. Una delle critiche che vi faranno, statene certi, è questa: “Già letto mille volte”, ovvero: la minestra riscaldata sa di alluminio.

Faccio alcuni esempi di idee da affogare subito in acque basse: evitate per favore (fareste venire letteralmente i nervi ai lettori) il gran finale a sorpresa dove si capisce che è tutto un sogno del protagonista.
Oppure quel finale, altrettanto a sorpresa, alla Fredric Brown per intenderci, dove si scopre che il protagonista che racconta non è un uomo ma l’alieno o il morto, lo zombie, quello che volete voi…

Vi do questo consiglio perché nel  campo del fantastico (specie nella fantascienza), più di ogni altro genere letterario, è ancora possibile esercitare, e a ragione, una critica sul contenuto.
Qualcuno potrà dire: ma visto che ormai nel fantastico si è scritto tutto e il contrario di tutto, come è possibile essere davvero originali sulle idee?
Ottima domanda.
Risponderò con un esempio: i paradossi nei viaggi nel tempo.
Non puntate sullo stupore che vi aspettate che il lettore proverà quando gli avrete descritto il paradosso (del quale, magari, lui sa molte più cose di voi).
Puntate, piuttosto, sul resto della storia.
Sappiamo tutti che andare indietro nel tempo e uccidere il proprio nonno non è affatto una buona idea, ma non conosciamo le motivazioni del protagonista, non conosciamo il suo dramma, il suo segreto, la sua storia.
Non so se mi sono spiegato: in questo caso il paradosso temporale è solo un fatto che accade, un topic noto a tutti, al contorno di una bella storia. Non è, quindi, il paradosso temporale quello che cattura l’interesse del lettore smaliziato, ma la storia che vi avete costruito attorno.
Non cercate quindi, per forza, di essere originali.
Cercate, piuttosto, di scrivere una storia interessante.
Sappiate lavorare, quindi, col fantastico e non sul fantastico.

6. I personaggi, ovvero: questi sconosciuti
Ecco che cominciamo ad aver a che fare con i personaggi. Chi sono? Quanti sono? Come interagiscono?
Ovviamente, questo lo dovete decidere voi.
Ci può essere un protagonista solo. Ma possono essere due, o tre, oppure può essere anche un racconto corale. O ancora, il protagonista può essere un alieno, un robot e così via. Le variabili sono infinite.

Quello che, secondo me, deve sempre risaltare è lo spessore dei personaggi. Pur in un contesto fantastico, pur nella brevità del racconto, i personaggi devono essere reali: si deve capire che tipi sono, se sono timidi, irascibili, vigliacchi, impulsivi e così via.
Non bisogna mai scrivere di loro direttamente, bisogna che il loro carattere trasudi da quanto appare, ovvero da come i personaggi stessi si muovono nel racconto.
A volte bastano poche parole e il lettore, con l’immaginazione, fa il resto del lavoro.

Ricordate: personaggi piatti portano a un racconto piatto.
Come fare per evitarlo?
Io, per esempio, prendo spunto dal carattere di persone reali, vere, magari persone che ho incontrato o conosciuto anni fa e che sono rimaste impresse nella mia memoria per un certo modo di fare, di essere e di rapportarsi. Persone non anonime.
Risparmiate le energie dell’immaginazione. Provate a far calare personaggi con tratti reali nei vostri racconti.

Inoltre: non c’è bisogno di raccontare tutta la loro storia. Hanno un dramma? Occorre che il dramma trapeli da quel che dicono, dalla trama, non dovete descriverlo nei dettagli.
La cosa che più mi stressa, leggendo un racconto, è quando la storia del protagonista viene narrata per filo e per segno.

Eliminate, poi, tutti i personaggi che non servono.
A quelli marginali, se pensate sia assolutamente necessaria la loro esistenza, potete evitare di dare un nome: potrebbe distrarre il lettore.
Se poi un personaggio è un essere fantastico, cercate di far capire al lettore le sue qualità essenziali, senza mai contraddirvi. Specialmente se inventate un certo tipo di alieno o di demone, sappiate che questo è ben presente nella vostra testa ma non in quella di chi legge: una cosa è un elfo, di cui conosciamo tutti le caratteristiche, un’altra è il Bgwex che vi siete appena inventati!
Non si deve per forza disegnare il Bgwex per far capire cosa sia al lettore, ma che sa volare non si può svelare, come per magia, alla fine del racconto!
Ancora: se un personaggio non è uno scienziato, non può conoscere per filo e per segno le equazioni della meccanica quantistica.

Infine: il ruolo dei personaggi deve essere definito con estrema cura.
Immaginateli: pensate chi sono, cosa fanno, le loro qualità, i loro difetti.
Davvero, divertitevi a immaginare cosa farebbero i vostri personaggi in certe situazioni.
A volte, sono proprio loro a darvi la risposta.

7. Lo stile, ovvero: qui viene il bello
Come scrivo una storia?
Questo è importante, fondamentale. Per esempio, si può scrivere in terza persona, in prima, addirittura in seconda (questo modo è davvero complicato, ma assai interessante: provateci… e vedete cosa accade).

Se usate la terza persona, sui manuali di scrittura troverete tutte le spiegazioni sulle differenze tra un narratore onnisciente e uno non onnisciente. È una scelta che consente molti margini di flessibilità, ma vi toglie molti punti sulla profondità.
La prima persona, invece, privilegia i flussi di coscienza, prevede delle digressioni ed è adatta a situazioni nelle quali il protagonista è il fulcro della storia.
L’uso che ne fate dipende dal contesto.
Abbozzando alcuni racconti, mi è capitato di cambiare persona in corsa, dalla prima alla terza e dalla terza alla prima: il risultato è stato sempre notevole, in meglio o in peggio. Provateci.

Ma quello che dovreste affinare è lo stile. Non voglio dire sia tutto (infatti non lo è) ma, credetemi, lo stile è tanta roba.
Lo stile può fare di una storia una bella storia.
Lo stile non può essere spiegato, si apprende e basta. Ognuno ha il suo. Si possono anche usare più stili a seconda delle esigenze. Può essere divertente.

Provate a leggere l’incipit di “Neuromante”: il cielo sul porto aveva lo stesso colore in un televisore sintonizzato su un canale morto.
Capite cosa voglio dire sullo stile?
In questa frase di Gibson c’è un universo intero.
Mostratelo.

Tuttavia, attenzione!
Mi è capitato di leggere racconti scritti molto bene, quasi perfetti nello stile e nella forma, ma con una storia inconcludente alle spalle.
Non esagerate nella ricerca dello stile a scapito della storia. La ricerca dello stile perfetto è come il canto delle sirene, vi fa perdere la bussola.
Preferisco mille volte, da lettore, un buon contenuto narrato in modo rozzo a un nulla rivestito di lirismo. Il nulla rivestito di lirismo, l’esercizio di stile fine a se stesso mi irrita assai.

8. L’ambientazione, ovvero: attenzione al dove
Dove state ambientando il vostro racconto?
In Italia? All’estero? Su un altro pianeta?

Se il luogo è di pura fantasia, non c’è problema. Siete voi a dettare le regole. Tenete presente, tuttavia, la "legge" della coerenza, specie se avete a che fare con dati scientifici. Un pianeta può essere anche grande tre volte la Terra ma, se è così, la gravità non sarà mai uguale a quella terrestre. Chi legge fantascienza sa essere molto crudele e rinfacciarvi ogni minimo errore scientifico.
Documentatevi; oppure, piuttosto che dire è meglio non dire.

Se scrivete di luoghi noti ed esistenti, anche qui, documentatevi.
Per esempio, non ambientate un racconto in Giappone, usando magari fior di kana e traduzioni a sproposito, se non avete prima approfondito, almeno un po’, la cultura del Paese.
Rischiate di prendere delle grosse toppe.

Se immaginiamo, invece, un mondo distopico, cerchiamo di far capire le nuove leggi e consuetudini, lasciando qua e là degli indizi indiretti, mai citandole in modo diretto.
Mi pare di averlo già detto: fate parlare i protagonisti su quello che accade ed è intorno a loro. O magari, fate parlare una voce alla radio, o alla televisione.

Riassumendo:
Scrivete del mondo che conoscete bene.
Se non lo conoscete, documentatevi bene.
Se il mondo è dentro di voi, mostratelo tramite i protagonisti che ci vivono.

9. Il finale, ovvero: la parte più delicata
Sul finale se ne possono dire tante. Per quanto mi riguarda, cercare un finale troppo a sorpresa è uno spreco di tempo e di risorse, specie se la sorpresa non è poi così sorpresa.
Alcuni racconti, per come sono strutturati, non c’è niente da fare: fanno intuire fin da subito come andranno a finire.

C’è una specie di consiglio che gira fra i fruitori di siti letterari: non rendete il racconto schiavo del finale.
Piuttosto, fate in modo che il finale sia un punto di arrivo della vostra storia, che la chiuda in modo armonico, dettando i tempi e non la rovini con sterzate estreme e soluzioni affrettate o arzigogolate.

Appena finito il racconto, pensateci su, rifletteteci. Può essere che un’idea mondiale sulla conclusione vi arrivi dopo, quando l’avete ormai concluso. Può bastare, a volte, una frase, un concetto, e quella che vi pareva “solo” una buona storia prende una piega diversa e diventa un’ottima storia.
Provate ad analizzare tutte le varianti, tutte le possibilità e vedrete che talvolta (non sempre!), vi si accenderà una lampadina ulteriore, che io chiamo l'idea nell’idea.

Quando scrivete il racconto, quindi, non siate ossessionati dal finale. Scrivete e non preoccupatevi.
Altrimenti accade come in quel pezzo teatrale di Woody Allen, “Dio” (nel suo libro “Citarsi Addosso”), dove si finisce per avere tra le mani un ottimo finale ma senza sapere come trovare un inizio!
Insomma: non angosciatevi troppo per il finale. Spesso lo troverete strada facendo.

10. La revisione, ovvero: avete finito (?)
Avete trovato il finale! Il… capolavoro è pronto per essere spedito?
Aspettate. Non abbiate fretta.

Innanzi tutto, consiglio banale, ma non troppo banale, eliminate tutti gli errori. Con il correttore di Word, oggi, è più facile: ma il correttore di Word, sappiate, è capace di prendere cantonate birbanti, stateci attenti.
Poi: sfoltite, sfoltite, sfoltite.
Accorciare non serve solo per far rientrare il racconto nei canoni del concorso cui partecipate (per esempio, il Trofeo RiLL ha una lunghezza massima di 21.600 caratteri, spazi fra parole compresi, e vi assicuro che non sono affatto pochi). Accorciare serve per ottimizzare. Ci sono sempre rami secchi, cose inutili, ridondanze, situazioni che si possono evitare di dire o dire in altri modi, vicoli ciechi, eccetera.
Salvate ogni revisione. Noterete che, se fate bene questo lavoro, è un meccanismo che si automigliora. Ogni revisione, infatti, è quasi sempre migliore della precedente.

Si può editare di tutto, sempre. Io ho editato anche racconti già pubblicati. Non crediate di aver raggiunto la perfezione o un numero di caratteri che non può essere ulteriormente limato: c’è la possibilità di limare ancora.
Personalmente, questo è un processo che mi piace assai, lo trovo stimolante, per niente frustrante. È il momento migliore della stesura del racconto, perché il quadro d’insieme si fa chiaro nella mia testa e prende ordine.

Essendo prolisso per natura, ho sempre avuto il problema di superare con le mie storie il numero di caratteri consentiti dal concorso cui partecipavo, mai viceversa. Ma, nel caso abbiate il problema opposto, provate a inserire nuove idee, a chiarire alcuni punti, e mai ad allungare il brodo.

Far leggere il vostro racconto?
Molto utile, direi essenziale anche se, ve lo confesso, io non lo faccio mai.
Ricordate comunque di accettare le critiche che vi faranno in modo costruttivo, perché il lettore ha sempre ragione.
In passato ho partecipato a diverse competizioni letterarie nel web, dove altri autori leggono il vostro racconto, valutandolo e, al tempo stesso, dovete ricambiare il “favore”.
Oggi di competizioni simili non ce ne sono più molte in giro, a dire la verità. Ma forse mi sbaglio. A ogni modo, non abbiate paura di far leggere il vostro racconto.
Chi dice che scrive solo per sé stesso mente. Chiunque scrive lo fa per farsi leggere.

Per concludere, abbiate coraggio e mettetevi in gioco.
Vediamo quello che sapete fare. Spero di leggervi presto e… in bocca al lupo!


(nella foto: Luigi Rinaldi a Lucca Comics & Games 2015, con la targa premio per "Quelli dell'impianto", racconto terzo classificato al XXI Trofeo RiLL, e quindi incluso nell'antologia personale Oscuro Prossimo Venturo; foto di Anna Benedetto)



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