Corrispondenze

di Massimiliano Malerba

In questa pagina trovi i primi tre capitoli del racconto “Corrispondenze”, di Massimiliano Malerba, che RiLL ha scelto come punto di partenza per un esperimento di scrittura collettiva che ha coinvolto sette “nostri” pluri-premiati autori (e autrici). Ognuno di loro ha scritto i capitoli dal 4 al 10 del racconto collettivo, creando così un racconto del tutto diverso dall'originale.
Se, dopo aver letto questi primi tre capitoli, sei curioso di sapere come si sviluppa la storia collettiva devi iscriverti alla mailing list Racconto Collettivo (vedi form nella colonna sinistra di questa pagina): riceverai gratuitamente ogni settimana, via e-mail, un capitolo della storia.
Se invece vuoi sapere come finisce il racconto originale di Massimiliano Malerba ti invitiamo a visitare la pagina dedicata all'antologia “L'ostinato silenzio delle stelle”, che contiene quel racconto (insieme ad altre otto storie di Massimiliano Malerba).



Capitolo 1
“Senti, pensi che il tempo laggiù sulla piazza scorra esattamente come quassù?”, chiese Nicola voltandosi. Alberto si era aggrappato alla grande campana di bronzo.
Il suo corpo oscillò pericolosamente, mentre si sporgeva nel vuoto della tromba del vecchio campanile.
“Attento, kretino!”, strillò Nicola. “Finirai per sbattere in terra, di sotto.”
Lo chiamava sempre così, con un accento gutturale e aspro, prolungato, a sottolineare la “K”. Oppure, alternativamente, Kappa.
L’estate imminente intorno a loro, investendo il paese di vento caldo e bagnato di umidità, trasformava tutte le cose in sculture di cristallo. Il sole a picco del mezzogiorno imbiancava il paese di luce. Le persone si muovevano come fantasmi perduti e i tetti, le automobili, la statua del Santo in piazza, perfino i cani distanti apparivano come miraggi acquosi, che proiettavano ombre scurissime e incise come rasoi sul selciato accecante di canicola.
Era l’inizio di giugno più caldo che fosse capitato negli ultimi centocinquanta anni.
Alberto oscillava attaccato alla campana. Sotto di lui, il vuoto: venti metri di baratro fino al pavimento del campanile. Una scala a pioli di legno macero portava su alla nicchia dove erano posizionate le due campane di bronzo nero.
Alberto scivolò di lato maldestramente, scese affannato e andò a sedersi accanto a Nicola. Aveva dodici anni, i capelli corvini e le labbra d’un rosso vivo, che contrastavano in modo innaturale con la sua pelle biancastra.
Nicola, seduto davanti alla balaustra del campanile con le gambe penzolanti, guardava le formiche umane che si muovevano nella piazza distante, duecento metri più giù, nella parte bassa del paese. Distingueva i bambini che correvano davanti al bar, le mamme sedute a parlare col Martini in mano, gli uomini che chiacchieravano di chissà cosa in piedi davanti al giornalaio. Aveva tredici anni. Era più alto di Alberto, di almeno cinque centimetri; di carnagione più scura, con una macchia marrone sulla tempia sinistra.
Nicola portava la ‘fascia rossa’ sul braccio destro. Significava che lui era il Capo. Il Capo dell’Alleanza: una confraternita di ragazzini che si distinguevano per coraggio, audacia e intelligenza ed erano destinati a grandi cose. L’Alleanza era stata fondata da lui. E, per ora, contava solo due adepti.
Nicola e Alberto erano amici da sempre. Da prima di nascere. Alberto non ricordava un solo giorno in cui non avesse visto il suo amico e i suoi occhi neri lo squadravano di tanto in tanto, quando lui non lo guardava.
Accettava la prepotenza di Nicola per due ragioni. Primo, perché lo riteneva effettivamente un genio. Secondo, perché, in fondo, lo venerava. Avrebbe voluto essere come lui. Nicola prendeva sempre la giusta decisione. Era coraggioso. Ci sapeva fare con le ragazze. Sapeva sempre trovare la strada migliore. Conosceva a memoria i nomi di tutte le stelle primarie. Andava bene a scuola senza studiare molto, mentre Alberto si massacrava sui libri. E, più importante di tutto, lo proteggeva. Per questo, Alberto ne accettava il comando passivamente. Ma di tutte queste cose che pensava, niente dava a vedere fuori: Nicola se ne sarebbe approfittato ancora di più. Era un errore da evitare assolutamente: mostrarsi troppo deboli.
“Insomma, Kappa” ruppe il silenzio Nicola “ti ho chiesto una cosa. Non mi hai risposto. Pensi che il tempo laggiù sulla piazza scorra diversamente da qui? Ho letto su quella tua rivista che, a causa della gravità terrestre, il tempo scorre più lento a valle che in cima ad una montagna. Di poco, ma è così. È la Relatività. L’hai letto quell’articolo?”
Alberto l’aveva letto. Ma non aveva capito molto. In ogni caso, rispose di no.
“Bene, come al solito devo fare tutto io, Kappa” disse Nicola scuotendo lievemente il capo. “Adesso ti chiedo un’altra cosa. È un po’ che ci penso.”
Alberto lo scrutava con la sua usuale, intensa aria di approvazione.
“Se il tempo dipende dalla gravità, e dalla velocità di un oggetto, non può essere che dipenda anche da altri fattori, che non possiamo magari ancora concepire e prevedere? Mi segui?”
Alberto annuì pensieroso. “Beh, penso che forse una possibilità c’è” ammise.
“Intendo dire che, se il tempo dipende da qualcosa di esterno al tempo stesso, come sosteneva Einstein” aggiunse Nicola “forse può essere manovrato, agendo su quella variabile che lo influenza. Il tempo, intendo.”
“Interessante” sussurrò Alberto. “Fammici pensare un momento.”
Nicola si era nel frattempo acceso una sigaretta. Fumava già da due anni. Di nascosto. Alberto non approvava e faceva di tutto per costringerlo a smettere.
Sua madre lo aveva spaventato a morte, circa le conseguenze del fumo. Ma il suo amico non voleva sentire ragioni. Per lui fumare era un segno di potere e di dominio sul branco. Anche se quel branco per ora era costituito solo da due persone. Non avrebbe ceduto mai. E poi, a Francesca, la sua ragazza, piaceva.
“Senti Nicola, perché non la smetti di fumare?”, piagnucolò Alberto. Glielo aveva chiesto mille volte.
Per tutta risposta, Nicola tirò una profonda boccata dalla sigaretta, riempiendosi i polmoni, poi gli sputò la caligine in faccia, nell’aria calda del meriggio.
“Smetterò, te lo giuro. Smetterò quando uscirai con Antonietta.” Rise sardonicamente.
Il che, tradotto, voleva dire mai: Antonietta era la ragazzina più bella della scuola. Non guardava neanche Nicola.
“Sei un pezzo di…”, urlò Alberto. “Fa’ come vuoi.”
“Smettila, ora” lo arrestò Nicola, perentorio. Tornò a fissare il paese con i suoi occhi vivi, che si muovevano rapidi, come mosche.
Alberto restò taciturno per un bel pezzo. In fondo, chi se ne frega, pensò. Ma sapeva benissimo che, invece, gli fregava eccome.
A sciogliere la tensione fu Nicola. Buttò la cicca giù e la vide cadere con lenti movimenti a spirale verso l’acciottolato bianco della piazzetta di San Rocco.
Investita da un raggio di luce solare, sembrava un fiocco di neve fuori stagione.
“Sai che ti dico?”, sprizzò sorridente, alzandosi in piedi e girando intorno alla tromba delle campane. “Questa storia del tempo e della manipolazione degli eventi mi interessa un sacco. Un giorno inventerò una macchina del tempo! Che ne dici? Non sarebbe una gran cosa? Non sarebbe degno dell’Alleanza?”
Sembrava molto serio.
Alberto si era seduto sul corrimano di legno e teneva il viso tra le mani, i gomiti poggiati sopra le ginocchia. Rise di gusto.
“Anziché pensare a manipolare il tempo, dovresti farla finita con quelle sigarette” lo redarguì. Poi si fermò di colpo, alla prima occhiataccia di Nicola.
“Va bene” aggiunse. “Va bene. Scherzavo.”
Lo incitò a continuare con un cenno del capo. Nicola si avvicinò e lo prese per il bavero della camicia. Era vicinissimo, ora.
“Tu lo sai, che studierò Fisica? Ho deciso. I miei approvano. Mi piace un sacco la Fisica. Me ne andrò da questo paese, un giorno. Lo capisci, Kappa? Me ne andrò dall’altra parte del mondo!”
Mentre parlava, agitava le braccia nell’aria. Restò in silenzio per un lungo momento.
“Promettimi…”, iniziò a dire.
Notò che Alberto lo guardava intimorito. Si era allontanato da lui, sporgendosi all’indietro. “…Promettimi che mi aiuterai. Che sarai per sempre nell’Alleanza. Qualsiasi cosa accada.”
Lo scosse avanti e indietro, lentamente.
Alberto spalancò gli occhi. Sembravano due piccole biglie di marmo nero e bianco. Non riusciva a credere alle proprie orecchie. Come poteva chiedergli una cosa simile? Non si era forse capito come la pensava sull’amicizia?
“Certo che sarò nell’Alleanza. Ho giurato!”, rispose senza pensare, di getto.
“Non hai afferrato, Kappa” insistette Nicola. “Intendo dire: che resterai mio amico. Per sempre.”
Gli occhi di Alberto rassomigliarono, in quell’istante, a due gemme brillanti di luce nell’ombra. Fu il sorriso a rispondere in sua vece: c’era da dubitarne?


Capitolo 2
Il giorno dopo, all’uscita da scuola, i due ragazzi si incontrarono di nuovo. Passarono al forno che stava all’angolo con la via dei Caduti. Comprarono quattro etti di pizza bianca. Poi, con gli zaini in spalla, ben stretti, si fiondarono come missili sulla salita a gradinate che portava alla rocca del paese.
Sotto le mura antiche, tenute senza malta, accanto all’uliveto, si sedettero e si avventarono come animali sulla pizza ancora calda.
“Questo farà arrabbiare le mamme” disse Alberto.
“Lo so” fece eco Nicola. “Ma è l’Alleanza, no?”
Risero.
Finito il pasto illegale, Nicola si alzò in piedi. Buttò lo zaino di lato. Sorrideva raggiante. Sembrava fuori di sé.
Alberto lo guardava con aria inquisitoria.
“Senti” fece Nicola. “Mentre ero in classe mi è venuta un’idea pazzesca. Non ci crederai.”
“Spara.”
“Ricordi ieri? Quando ti ho detto che un giorno avrei studiato Fisica? Che avrei inventato la macchina del tempo?”
Alberto annuì sorridendo. “Sì, sono le idiozie che ti vengono quando fumi” rispose, con la bocca piena di pizza mezza masticata.
Nicola si fece vicinissimo, afferrando il braccio di Alberto all’altezza del polso, come a impedirgli di fare ulteriori bocconi. “C’è una via per sapere se questo è vero” esclamò.
“Vero cosa?”
“Cerca di seguirmi, Kappa. C’è una via per sapere se diventerò un fisico e costruirò una macchina del tempo!”
“Dai, fammi finire di mangiare” si lamentò Alberto, scostandosi.
Nicola era sovra-eccitato. “Me ne frego del mangiare. Senti, c’è un modo, sul serio. Ed è scientifico.”
Alberto smise di dedicarsi al proprio pasto e alzò lo sguardo. “Va bene. Quale sarebbe questo modo?”, chiese rassegnato.
Nicola si sedette accanto a lui, sulla roccia, sotto l’arco delle mura. Il cielo era di un chiarore e di una brillantezza quasi alieni. Alberto ricordava che, un tempo, erano soliti salire lassù nelle giornate di sole intenso, con gli scafandri di cartone, a giocare allo sbarco sulla Luna.
A guardare il pianoro di ciottoli assolati e lampeggianti di luce bianca, in quella giornata, non si faceva fatica a credere di essere su un altro mondo.
“Ascolta, l’idea è questa. Sono due le cose: o inventerò effettivamente la macchina del tempo, o non la inventerò. Su questo siamo d’accordo, no? Non ci sono altre possibilità. Bene. Seguimi, ora: se la inventerò, allora vorrà dire che potrò usarla, evidentemente. Per tornare indietro. O spedire un messaggio, o inviare qualcosa che mi faccia capire che un giorno la macchina sarà realtà. Mandare un cenno dal futuro. Qualcosa. E quindi riceverlo, ora, qui, direttamente nel presente. Hai afferrato?”
Alberto lo guardava con curiosità crescente.
“Sì, ma chi ti dice che la inventerai, e poi per qualche motivo non sarai in grado di inviare alcunché? Magari la inventerai e il governo ti impedirà di farlo, per non alterare il passato.”
Nicola ci pensò un attimo. “Vero. Ma devo correre il rischio. Mettiamola così: se non arriva nulla dal futuro non vuol dire che non la inventerò. Ma se dovesse arrivare…”
Alberto faceva l’avvocato del diavolo: “Già, ma avrai la certezza solo se ti arriva qualcosa, quindi. E come farai a fare in modo che non ti dimentichi, o che tu mantenga fede a questa idea? Tra qualche decina di anni tu potresti aver cambiato parere, o umore. Mille cose possono cambiare nel frattempo.”
Nicola rimase in silenzio un attimo. Poi sorrise. “Farò un patto! Una promessa solenne. Con me stesso. E con te, naturalmente. Scriveremo una lettera. La firmeremo. Poi la chiuderemo dentro una cassetta di metallo stagna, con un bel sigillo sopra. Seppelliremo la cassetta da qualche parte, in un posto che conosciamo solo io e te. Non so, magari nel bosco, qui dietro. Sarà destinata ai noi stessi del futuro. O ai nostri eventuali collaboratori. A chiunque racconteremo di questa cosa. Quindi sarà aperta se e solo se inventeremo la macchina del tempo. A me sembra un’idea che può funzionare.”
“A me sembra un’idea assurda. Non succederà un cavolo di nulla. Puoi seppellire quello che vuoi. Perché non c’è gente o oggetti che ritornano indietro dal futuro? Te lo sei mai chiesto? Io non ne ho mai visto uno. Se davvero la macchina del tempo un giorno verrà inventata, perché non vediamo in giro nessun viaggiatore dal futuro? Possibile che a nessuno è venuto in mente di tornare?”
“Kappa, tu come al solito fai fatica a capire le cose nuove, innovative. Non abbiamo cenni dal futuro perché nessuno ha mai creato qui nel passato un ponte col futuro. Dobbiamo creare un precedente. Forse i viaggiatori sono già qui, in incognito. O forse non ci sono viaggiatori perché è impossibile mandare indietro persone. Forse è possibile inviare solo oggetti. Non possiamo saperlo ora. E poi, chi crederebbe a un oggetto sul quale sia scritto venuto dal futuro? Tutti penserebbero a una burla. Invece noi possiamo innescare un evento nel presente, dal futuro: basta fare in modo che il segnale dal futuro arrivi in un posto preciso che conosciamo solo io e te. Se arriverà, sapremo riconoscerlo. E sapremo anche che ci aspetta un futuro davvero radioso. Ti immagini? Diventeremo i più grandi scienziati che la storia abbia mai conosciuto.”
Alberto si coprì gli occhi dal sole con la mano, sciogliendosi in una smorfia grinzosa a mezza bocca. “Che proponi, dunque?”
La figura di Nicola lo sovrastava, contro sole. “Scriviamo una lettera. Poi la chiuderemo in una cassetta di ferro sigillata. Chiederemo ai noi stessi del futuro di spedire l’oggetto  esattamente in quel luogo. Secondo me, funzionerà.”
“Continuo ad avere perplessità, ma il Capo sei tu. Cerchiamo il posto.”


Capitolo 3
Si ritrovarono nel pomeriggio, diretti verso il bosco sulla collina dietro la rocca del paese.
“Dobbiamo essere sicuri che nessuno ci veda” disse Nicola. “Passiamo da sotto.”
Si incamminarono in salita, trafelati.
“Cosa hai scritto nella lettera?”, chiese Alberto. “Visto che siamo in società, almeno potevi farmela leggere.”
“È solo un accordo. C’è scritto che io, tu o chiunque altro lavori con me e te, nel futuro, dovrà prendere il solenne impegno di inviare un segnale ai noi stessi del passato, se la macchina del tempo sarà stata inventata. Dovrà mandarci un segnale attraverso un oggetto, chiaramente proveniente dal futuro, inserito nella cassetta e accompagnato da una lettera. Ho segnato la data esatta di oggi, quindi sapranno come regolarsi per l’invio. Dovrà essere scelta una data successiva alla presente, questo è chiaro. Altrimenti avremmo già ricevuto il segnale dal futuro, ma così non è.”
Alberto rifletté. “Ma se è così non sapremo esattamente quando tornare a controllare, non trovi? Potrebbero impostare l’invio in una qualsiasi data, anche tra dieci anni. Come possiamo saperlo? Se avranno una macchina del tempo, potranno inviare indietro il segnale quando vogliono, in una data qualunque. Quindi, perché non scegliere proprio domani come data fatidica?”
Nicola dovette ammettere ancora una volta che Alberto era nel giusto.
“Hai ragione. Perché non domani? Teoricamente potrebbe essere anche oggi ma, visto che non sappiamo l’ora esatta in cui seppelliremo la cassetta, basta scrivere chiaramente sul messaggio che l’invio è per domani. Anzi, pensaci tu. Ho portato il pennarello. Così la leggi e la firmi pure.” E diede la lettera ad Alberto.
Accelerarono il passo, imboccando i vicoli in salita. Passarono sotto la chiesa di San Rocco, poi accanto al vecchio lavatoio abbandonato. Infine arrivarono alle mura e le aggirarono, senza parlare. Giunsero al bosco e si inoltrarono per qualche centinaio di metri all’interno.
“Bene” disse Alberto. “Ho letto e inserito la clausola sulla data di domani. Ho firmato. Adesso dobbiamo sigillare tutto e affidare la cassetta al mare del tempo!”
Pronunciò la frase con solennità.
“Da’ qua” fece Nicola. “Devo sigillare.” Prese il saldatore portatile sottratto a suo padre, inserì la lettera dentro la cassetta e richiuse. Con l’aiuto di Alberto saldò l’apertura con abbondante pasta saldatrice, con la quale disegnò uno stemma con le iniziali “A” e “N”. Poi scavarono una buca e inserirono la cassetta dentro. La seppellirono con cura. Si alzarono in piedi e Alberto guardò Nicola. Spettava a lui parlare.
“Per l’Alleanza” cominciò a voce alta e sicura. “Per la Scienza, per la Fisica, noi affidiamo al Tempo questa piccola nave. Che possa viaggiare sicura sulle sue onde fino al futuro!”
“Il GPS” aggiunse Alberto “ho portato il mio ricevitore. Prendi nota delle coordinate esatte. Segna il punto su quell’albero là.”
Nicola intagliò a fondo sulla corteccia le loro iniziali, ben visibili.
Poi si abbracciarono. Alberto guardò Nicola negli occhi. Il suo sguardo era fermo.
Sapeva che sarebbe rimasto per sempre suo amico. Qualsiasi cosa fosse successa mai. Questa certezza interiore gli scaldava il cuore. Era forse l’unica sicurezza che avesse nella sua giovane vita.
“Andiamo, Kappa” disse Nicola con emozione.
Si incamminarono verso il paese. Nessuno parlò durante il viaggio di ritorno. Ma un piacevole formicolio di eccitazione brillava dentro i loro animi. Non che credessero davvero che sarebbe successo qualcosa. Ma il tremolio interiore della scoperta, le domande sulle questioni immense; la Fisica, la Relatività e l’universo, le scarpe sporche di fango, il sudore sulla fronte e sulle loro magliette accaldate, l’estate costellata di soli che esplodevano di luce; la pizza calda e le corse con le carriole, le partite a biliardino al bar della piazza nelle lunghissime sere d’agosto; e soprattutto, la loro amicizia. Quelle erano cose vere, concrete. Presenti in quell’attimo stesso delle loro vite.
E nessuno avrebbe potuto togliergliele. Mai.