Meglio scrivere per se stessi...

Uno sguardo sul "fenomeno" dell’editoria a pagamento
di Francesco Troccoli
[pubblicato su RiLL.it nel luglio 2009]


Lo scrittore americano Michael Connelly ha detto una volta che è “meglio scrivere per se stessi, e non avere pubblico, che scrivere per il pubblico e non avere se stessi". Una riflessione sul mestiere dello scrivere, da cui l’amico Francesco Troccoli, secondo classificato al XIV Trofeo RiLL, è partito per un viaggio nel “fenomeno” dell’editoria a pagamento…


“Gentile autore,
siamo lieti di comunicarle che la Sua opera ha ricevuto una valutazione positiva dal comitato editoriale ed è pertanto stata selezionata per la pubblicazione.”

La prima volta che lessi un simile incipit in una lettera a me indirizzata ero vergine della conoscenza della cosiddetta “editoria a pagamento”. O almeno, ignoravo le dimensioni del fenomeno e la banalità della sua capillare diffusione. Naturalmente è possibile che un esordio del genere introduca una proposta di pubblicazione “normale” (ovvero non accompagnata da pagamento) ma, statistiche alla mano, è più probabile che invece si tratti dell’agrodolce antipasto di una richiesta dal sapore amaro, che mediamente ha questo suono:

“…lei si impegna ad acquistare le prime X copie della prima tiratura della Sua opera al prezzo di Y euro ciascuna.”

Fu questo il passaggio sul quale la pelle d’oca del mio entusiasmo avvizzì precocemente in una cartapecora che mi scrollai di dosso accartocciando la detestabile missiva, un foglio giallognolo e semitrasparente, che aveva ed ha tuttora ai miei occhi una colpa incancellabile: avermi dato una delusione. A quel tempo (non troppo lontano, a dire il vero) non ero in grado di riconoscere un editore a pagamento dal suo nome o dalle parole, sempre le stesse, usate per titillare un ego ingenuo e ipersensibile alla lusinga.
Inutile dire che non mi sono mai dato la pena di rispondere. Loro, dopo tanto tempo, continuano a scrivermi, una volta all’anno, regalandomi la microscopica soddisfazione di sprecare quella frazione di tempo e denaro con cadenza regolare.
Direi di andare oltre il fatto personale, a questo punto.

Se scrivere è una dichiarazione d’amore verso la persona sconosciuta che leggerà le righe create (è una citazione, ma purtroppo non ne ricordo l’autore), l’editoria a pagamento rappresenta la versione deteriore di quell’atto amoroso.
Ormai non è più così originale paragonare il fenomeno a un meretricio, eppure resta questa la figura metaforica più calzante (che nasconde quella contigua di onanismo). Si dà cioè del denaro per avere in cambio qualcosa, anziché unirsi spontaneamente (posto che ci sia attrazione fra i partner), e tutto avviene a prescindere dalla bellezza, che può tranquillamente non esserci. Il risultato è che si rischia di rimanere più soli di prima, magari nascondendosi in un’illusoria convinzione di essere dei dongiovanni della scrittura, quando si è semplicemente in possesso di un buon portafogli. Talora quest’ultimo non è nella nostra tasca, ma in quella di uno “sponsor”.
Si perdoni la deformazione professionale: lavoro nel marketing da troppo tempo per non conoscere la pluralità di valenze nascoste dietro il disinvolto impiego di questo anglicismo, tutte più o meno riconducibili a uno scambio di favori. Scelta rispettabile, beninteso, soprattutto se lo “sponsor” è una grande azienda che altrimenti spenderebbe i suoi soldi in modo ancor più inutile.

Cos’è l’editoria a pagamento
Dicesi tale quel fenomeno consistente nel movimento di denaro in senso innaturale, ovvero dall’autore verso l’editore, finalizzato alla pubblicazione dell’autore per i tipi dell’editore, e che si verifica per lo più in due modi:

1) il contributo alla pubblicazione, previsto dalla normativa vigente in tema di contratto di edizione (legge n. 633 del 22/04/1941, meglio nota come Legge sul Diritto d’Autore);
2) l’obbligo all’acquisto copie, che è invece una trovata oggi molto in voga, che fa dell’autore pagante un potenziale neofita della vendita porta a porta dei propri libri, oppure, più spesso, un magazziniere degli stessi, accatastati in un box-auto o in una cantina.

Cerchiamo di sfatare i luoghi comuni con cui sia gli editori pagandi che gli autori paganti alimentano questa barbara pratica.

L’editoria è in crisi
Vero. E fosse la sola. Ma perché mai il costo di questa crisi dovrebbe essere spostato dagli editori agli autori?
Sfugge la ragione di questo filantropico trasferimento di passività. Non sembra inoltre che l’editoria a pagamento possa contribuire in alcun modo a risolvere questa crisi del settore; di certo risolve la crisi della singola azienda editrice.

I piccoli editori non hanno risorse sufficienti
Già. Però a fronte di questo dato di realtà, alcuni di loro si danno ad un processo tradizionale che parte da una ferrea selezione degli autori per arrivare a distribuire, promuovere e possibilmente vendere i propri titoli, altri invece tagliano corto e chiedono soldi. C’è da chiedersi se per i secondi non debba essere coniata una nuova categoria professionale, il cui cliente non è il lettore, ma l’autore.

Nessun piccolo editore può andare avanti senza imporre oneri ai suoi autori
Questo non è affatto vero. Ci sono molti piccoli editori che lo fanno, e che dunque agiscono in effetti da imprenditori, perché è di questo e semplicemente di questo che stiamo parlando.
Evidentemente alcuni sono imprenditori più in gamba di altri, come in qualunque altro settore merceologico.

Anche alcuni grandi editori si comportano così
Davvero? In tal caso, nemmeno questi incontrano il gradimento di chi scrive. Il problema non è l’ordine di grandezza dell’azienda, ma la cultura che la sottende.

Se non pago non mi pubblicano
L’autore che davvero pensi questo ha l’obbligo di chiudere la porta, bere un buon bicchiere di rosso in rigorosa solitudine, e chiedersi se pensa intimamente che quello che scrive è buono.
Se la risposta (benché se ne possa dubitare) è no, il consiglio è leggere e scrivere di più, e quasi certamente il risultato sarà migliore; chi scrive è convinto che scrittori si diventi.
Se invece la risposta è sì, rifiutare di pagare ed essere più pazienti, tenaci e fiduciosi.

Il mio romanzo è buono a prescindere, per cui è giusto che io paghi per pubblicare
C’è anche questa tipologia di (sedicente?) autore, ed è tutt’altro che infrequente. Costoro meriterebbero di essere spennati a dovere, e questo spesso succede. Il problema è che sono loro che mandano avanti questo carrozzone.
Se il lavoro non viene giudicato da una parte terza, il più possibile indipendente, non c’è giudizio di qualità che tenga, e un buon editore è in grado di fare esattamente questo, oltre a tutto il resto. L’editore a pagamento invece, darà sempre un giudizio tendenzialmente molto più positivo (si apprezzi la correttezza formale di quest’ultima espressione).


E’ evidente che abbiamo fin qui preso in esame il caso decisamente peggiore, ovvero quello, non raro, degli editori il cui unico scopo è guadagnare sugli autori piuttosto che sulla vendita dei loro titoli al pubblico, piccolo o grande che sia. Aziende che “ricevono in appalto” da scrittrici e scrittori un lavoro meramente tipografico, senza alcuna intenzione di far leva in alcun modo sul cliente-lettore, e senza dunque accennare ad entrare nel meccanismo multi-fasico del processo che parte dalla tipografia e arriva al punto vendita.

Un doveroso distinguo riguarda invece gli editori che in realtà scelgono sì la via del contributo, ma si danno realmente da fare (il “quanto” è ovviamente molto variabile) per le consuete attività di promozione, distribuzione e, in ultima analisi, vendita al pubblico.
Ciononostante, resta il fatto che anche questi ultimi potrebbero (e, moralmente parlando, dovrebbero?) compiere una scelta diversa, certamente più dignitosa e consona alla loro natura di editori, aumentando il livello di rischio che sono disposti a correre.

Nessun distinguo è possibile fare invece dal punto di vista degli autori.

Cosa induce un autore a pagare?
A nostro parere gli identikit psicologici sono essenzialmente tre: verginale ingenuità, esasperato narcisismo, sfiducia/ impazienza precoce.
Nel primo caso le possibilità di “guarigione” dal virus sono molto elevate, e direi anzi che si acquisiscono in maniera naturale con l’esperienza e il consiglio dei più esperti, quasi fosse un’immunizzazione graduale. Nel secondo, purtroppo non c’è antidoto che tenga, ed è soprattutto in questi casi che la qualità dell’opera sarà giocoforza dubbia, anche se questa non è certo una regola. Infine, a quelli che probabilmente sanno scrivere ma si lasciano demoralizzare dalla scoraggiante visione del mondo editoriale che si staglia agli occhi dell’esordiente appena uscito dal canale del parto letterario, il consiglio è di imparare ed incrementare le tre virtù autoriali: fiducia, pazienza e tenacia.

Ed è l’attenzione degli autori che soprattutto ci interessa, perché davvero è tremendamente difficile accettare l’idea che chi ama scrivere possa svendersi, anzi… comprarsi. Per non parlare dell’effetto boomerang derivante dall’inquinamento che simili operazioni causano in un curriculum artistico, ovvero del loro valore negativo nella definizione del profilo dell’autore agli occhi esperti degli editori “normali”.

La parte di rete che si interessa di scrittura, e di editoria, si sta sollevando contro il fenomeno, e siamo convinti che un effetto ci sarà.
Alcuni blog, forum e siti che trattano l’argomento:

Writers’ Dream
Gruppo Facebook contro l’editoria a pagamento
Un video su Youtube
Il manifesto contro il contributo editoriale
…e tanti altri.

Beninteso, l’editoria a pagamento è una pratica legale, fino a prova contraria oggi mancante.
Se da un lato infatti il contributo alla pubblicazione è previsto nella (un tantinello obsoleta?) legge n. 633/41 sul diritto d’autore, i cui articoli dal 118 al 135 regolamentano il contratto editoriale, l’obbligo di acquisto copie, a parere di un legale esplicitamente interpellato sulla questione, è un elemento che azzera il rischio d’impresa, e dunque snatura la sostanza del contratto stesso, riducendolo a mero contratto d’appalto; lo stesso tipo di accordo che l’autore potrebbe fare con un biscottificio, una fabbrica di vernici o… una tipografia.
Oggi mancano i precedenti giuridici; nessuno ha mai portato fino in fondo un contenzioso e non c’è dunque una sola sentenza che, come si dice, faccia scuola. Oggi quindi, lo ribadiamo, è tutto assolutamente legale.

Ma domani?  Ai posteri l’ardua sentenza.

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